Diario di navigazione
Dopo avere tanto parlato male di Amy Winehouse, questa volta voglio parlarne bene. E mi voglio anche spiegare meglio.
Ho finalmente capito come inquadrarla e metterla a fuoco. Mi ha aiutato in questa operazione l'aver visto su Videomusic un suo concerto in un club. Schiettamente dal vivo e con una bella dose di faccia tosta, Amy si è rivelata per quello che è veramente: una cantante pop già padrona dei suoi mezzi, che ama scivolare spesso verso il cabaret.
Tutto lo trombazzare fatto sulla nascita della nuova regina della black music è meglio lasciarlo perdere, è solo fuorviante ed alla fine controproducente. Non è l'erede di Aretha o Tina, ma nemmeno di Irma Thomas o Gladys Knight.
Lei fa un genere che è molto più vicino al R&B che al soul, ma è un R&B morbido e rilassato come il reggae. Su questa base che potremmo chiamare "vintage" si appoggia lei, a volte si sdraia sulla canzone, con parecche intonazioni ironiche, tipiche della sua gente (è ebrea) e non fa mai nulla per scaldare l'ambiente più di tanto. Si potrebbe definire una Sade che ha riacquitato la voce, o una Barbra Streisand che ha avuto un'abbassamento di un'ottava (forse Barbra mi è venuta in mente per via del naso?).
In ogni caso, se non ci si aspetta di sentire della vera black music, l'appuntamento non è da buttare; questo pop in salsa anni 50 è gradevole, lei sa porgere la sua forte voce con abilità e nonchalance, come se in fondo non le importasse molto. Un approccio molto sofisticato e cabarettistico (e molto yiddish) ben lontano dalle atmosfere incandescenti del soul e dintorni.
Volete la prova del nove? Una tipica cantante nera, anche di secondo livello, tende a costruire il brano per raggingere, specie dal vivo, un apice emotivo, paragonabile a quello del gospel, Amy invece questo apice le evita come fosse il diavolo dribblando le note per riportarle ad una colloquialità più quotidiana.
Bisogna ammettere che spesso gli uomini del marketing fanno proprio male il loro lavoro. Amy è stata venduta per quello che non è ed ha avuto anche successo, ma se forse fosse stata venduta per quello che è avrebbe costruito le prime basi di una carriera ancora più solida.
Aspettiamo e vedremo, sempre che le sue vicende personali non la mettano definitivamente fuori rotta. In questo caso vedremo la nascita di un nuovo mito perdente. Speriamo di no.
Corso di CRM di Andrea De Marco
Corso di CRM tutti i contenuti in un blog
Netiquette 2.0
Maggio 23rd, 2007
Qualche mese fa è scoppiato, dapprima in rete e poi su alcune importanti testate giornalistiche internazionali ( San Francisco Chronicle, BBC, Corriere della Sera ) il caso di Kathy Sierra, una appassionata blogger americana che è stata vittima nel proprio blog di pesanti offese e addirittura di minacce di morte che si sono protratte per qualche mese finchè Kathy non ha denunciato il fatto.
Da questa vicenda di cronaca, che comunque non ha nulla dell'eclatante, è sorto, o meglio è stato riproposto, un dibattito circa la necessità di un codice di condotta dei blog.La proposta è stata avanzata dal guru del web 2.0, Tim O'Reilly e da Jimmy Wales, creatore di Wikipedia.
Sul sito http://radar.oreilly.com è presente il testo del codice proposto, che contiene, per ora, tali articoli:
1. Ci assumiamo la responsabilità di ciò che diciamo e dei commenti che permettiamo sul nostro blog. Siamo devoti al principio di Cortesia Obbligatoria : ci sforziamo di pubblicare contenuti accettabili e di elevata qualità, dunque rimuoveremo i commenti inaccettabili. Definiamo commenti inaccettabili come qualsiasi cosa includa o abbia relazione con ciò che segue:- sia usato per danneggiare, molestare, spiare o minacciare gli altri- sia diffamatorio o manifestamente falso- sia in violazione di un vincolo di risevatezza- sia in violazione della privacy di altri- sia in violazione di qualsiasi diritto d'autore o marchio registrato. Definiamo e stabiliamo ciò che rappresenta contenuto inaccettabile caso per caso, senza che le nostre definizioni risultino limitate da questa lista. Nel rimuovere un commento o un link, lo diremo pubblicamente spiegandone il motivo. Ci riserviamo il diritto di modificare questi standard in qualsiasi momento e senza darne avviso.
2. Non diremo nulla in Rete che non diremmo di persona .
3. Qualora si manifestino tensioni, useremo canali privati prima di rispondere pubblicamente . Imbattendoci in conflitti e menzogne nella blogosfera, facciamo ogni tentativo di comunicare direttamente e in privato con la persona o le persone coinvolte (o trovando un intermediario che possa farlo) prima di pubblicare qualsiasi post o commenti in proposito.
4. Ritenendo che qualcuno stia ingiustamente attaccando un altro, prenderemo opportuni provvedimenti . Qualora qualcuno pubblichi commenti o articoli offensivi, lo informeremo (in privato, quando possibile) chiedendogli di scusarsi pubblicamente, salvo che ciò possa esacerbare e peggiorare la situazione. Se tali commenti potessero essere interpretati alla stregua di minacce o fossero di natura illegale, senza che l'autore li ritratti e si scusi, coopereremmo con le forze dell'ordine in proposito.
5. Non consentiamo commenti anonimi. Richiediamo ai visitatori che desiderano postare un commento di fornire un indirizzo email valido prima che possano postare, benchè sia loro consentito di identificarsi con uno pseudonimo piuttosto che con il loro nome reale.
6. Ignoriamo i troll. Preferiamo non rispondere a commenti sgradevoli circa la nostra persona o il nostro blog, almeno finchè questi non trascendono in molestie o diffamazione. Riteniamo che dar retta ai troll serva solo a incoraggiarli: “ mai lottare con i maiali. Ti sporchi, e oltretutto il maiale ci prova gusto .” Ignorare gli attacchi pubblici è spesso la strada migliore per tenerli sotto controllo.
Se andasse in porto, l'idea si tradurrebbe, per i blogger, in un vero manifesto da sottoscrivere, con tanto di distintivo da esibire sulla home page. Ogni blogger firmatario dovrebbe poi comportarsi di conseguenza. E cercare di sedare le risse verbali, scrivendo magari privatamente al disturbatore per indurlo a più miti consigli, scongiurando gli editwar e le risse con centinaia di insulti.La proposta di Tim O'Reilly prevede un distintivo riconoscibile anche per chi decidesse di non adeguarsi al codice. Chi volesse aprire i commenti del proprio blog a qualunque tipo di contributo, senza censura, dovrebbe comunque avvertire i lettori con uno speciale marchio.La proposta di codice è ovviamente modificabile tramite post sui blog http://radar.oreilly.com nonché http://blogging.wikia.com . Al momento l'iniziativa ha però sollevato più reazioni negative che positive, molti bloggers hanno visto nell'iniziativa un modo per introdurre una forma di censura, anche se non sembrerebbe proprio così dato che le regole proposte, alla fine, sono più regole di buon senso e civiltà. Il sito del Corriere della sera, al fine di valutare l'opportunità di un codice di autoregolamentazione dei blog ha dato avvio ad sondaggio on-line.
Marco Fazzini
Rita Lewinsky Montalcini – premio Nobel per la fisica e la prestigiditazione, famoso il suo numero detto “la macchia non c’è più, la macchia eccola qua”. Discreta negli scritti, ottima negli orali.
Condomleeza Rice – segretario di stato americano che usa sempre il preservativo prima di sodomizzare qualche paese.
Masha e Katya Putin – sono le due figlie di Putin, Wladimir Putin, di professione amico di Berlusconi ed a tempo perso capo della Russia. Pare certo che anche lui sia un figlio di Putin.
Ella Fitzgerald Kennedy – la first lady del jazz
Miles Devil – trombettista sulfureo
Vinicio Cassoela – cantautore molto amato da Bossi, specialmente con la polenta.
Claudio Abbaglioni – cantautore per sbaglio, prese un abbaglio e fracassò i marroni.
Enzo Biaggi – nonno di Max Biaggi. Cacciato dalla Rai perché non seguiva l’Honda…
Boh Dylan – artista incompreso.
Dolce & Gabibbo – coppia di stilisti grunge con molto senso dello spettacolo.
In attsa dei cd, arrivano le anticipazioni.
1 - Bruce Springsteen / E Street Band - "Radio Nowhere" - E' brano pilota del prossimo cd "Magic", in puro stile Boss & soci, ma al livello sindacale minimo. Meglio l'ultimo Bruce acustico o quello peteseegeriano.
Se vuoi ascoltare clicca QUI.
2 - Robert Wyatt - Comicopera - Con Brian Eno, Paul Weller e Phil Manzanera, tra gli altri. Inciso in casa di Robert e nello studio di Phil, alterna atmosfere interessanti a situazioni sonore spurie. Sembra però mancare di sostenza (= canzoni). Una specie di nouvelle cuisine dove si esce con più fame di prima.
3 - J. Holiday - E' un cantante che si rifà a Marvin Gaye e non cerca grandi originalità. Ha buone doti ed è piacevole. Dovrebbe emergere, speriamo senza altri compromessi. Il suo album è previsto per i primo di ottobre, come del resto quello di Robert Wyatt. Ascoltatelo su MySpace QUI.
Sono molto stupito che le tante persone intelligenti che frequentano il blog si siano fermati, come di fronte ad un riflesso condizionato, al problema dei lavavetro. Il mio testo in realtà voleva evidenziale la disparità con cui certi fatti vengono recepiti come pericolosi, dalla popolazione e dai media, e come quindi costringano i politici ad adeguarsi. Io posso capire che la vecchina impaurita veda il problema dei lavavetro (e connessi) come una grossa minaccia e non viva come tale l'allegra delinquenza finaziaria, ma voi amici miei mi deludete! E non è un giochino per distrarvi dal grave problema dei semafori infestati. Le borse mondiali sono ancora in crisi, i fondi pensione pagheranno meno pensioni, le banche centrali stanno ogni giorno a dire che tutto va bene, eppure TUTTI lasciano fare. Le società spazzatura continuano a produrre le loro polpette avvelenate e le banche centrali, le società di rating non intervengono. Le banche queste polpette le propinano ai clienti, senza nessun rischio (vorrei vedere se la legge dicesse che la banca che vende un prodotto finanziaro "taroccato" ne deve rispondere al cliente! In fondo qualsiasi negozio è tenuto per legge a garantire il prodotto venduto!) e così via.
Sono problemini? In termini economici direi proprio di no. In termini sociali, con l'avvio delle pensioni integrative, direi proprio che sono IL PROBLEMA. Quando, dopo una decina d'anni di versamenti si scoprirà che il proprio fondo ha perduto un 20% del valore grazie a questi predatori in guanti gialli, chi sarà che si metterà a pulire i vetri ai semafori? I pensionati truffati...
Se n'è andato anche lui! Uno degli ultimi veri grandi del jazz, a 83 anni. Del resto è una semplice legge fisica. L'uomo che ha fatto cantare la batteria, che la faceva suonare da sola con brani che stavano benissimo in piedi così. Una carriera lunga e complessa.
Nel dopoguerra divenne parte della triade dei massimi batteristi bop (assieme a Kenny Clarke a Art Blakey) e suonò con Parker, Gillespie, Davis, Stitt, Mingus. Partecipò al famoso concero alla Massey Hall con Parker, Gillespie, Migus e Bud Powell. Successivamente co-diresse assieme a Clifford Brown un famoso quintetto che si sciolse con la tragica morte del trombettista.
Col passare del tempo il suo impegno politico per i diritti civili, lo spinse su un terreno di lotta politica, che tradotta in musica divenne "We Insist! Max Roach's Freedom Now Suite" (1960), un'opera rivoluzionaria e provocatoria, sia per i testi che per l'uso della voce della moglie Abbie Lincoln, sia per una evidente e dichiarata ricerca sulle origini africane della musica jazz.
L'opera fece scandalo ed anche il vuoto attorno a Max, che per molti anni non riuscirà ad incidere regolarmente. Dalla metà degli anni 70 troverà di nuovo spazio grazie ad un solidissimo quintetto, ma il grosso delle incisioni (e questo la dice lunga) sarà effettuato con un'etichetta europea (italiana per la precisione). La major americane continuarono a tenerlo a distanza.
La sua abilità tecnica alla batteria gli ha consentito di far progredire il ruolo e le possibilità di detto strumento:
- è stato il primo a far swingare il walzer nel jazz (anche se poi Dave Brubeck ha meglio monetizzato il tutto)
- è stato il primo a costruire assoli a tema, creando delle quasi melodie, con l'uso accorto della scanzione ritmica e l'accordatura opportuna delle pelli.
- ha scritto ed eseguito brani per batteria ed orchestra sinfonica con un curioso impatto spettacolare, grazie anche alla preparazione classica avuta.
La sua duttilità ed intelligenza gli ha consentito di suonare assieme a musicisti d'avanguardia di generazioni successive, come Anthony Baxtone e Cecil Taylor, senza che si notasse alcun gap stilistico.
Come esempio delle sue doti, gustatevi un frammento della Freedom Suite, con la bella Abbie in primo piano.
In queste due date sta racchiusa la vita di Elvis Aaron Presley, quello che definì “la cosa”. Il rock and roll era nell’aria, Bill Haley già si esercitava copiando Louis Jordan, Little Richard cominciava a maltrattare i pianoforti per accompagnare i suoi gridolini, lo stesso faceva Jerry Lee Lewis mentre cantava canzoni che, come certe donzellette, venivano dalla campagna ma aveano perso in fretta le vecchie abitudini e i vecchi vestiti… Mancava solo quello da mettere alla testa di questo esercito pronto a marciare. E lui cadde come la ciliegina, facendo la felicità di Sam Philips della Sun records, prima, e della RCA poi (che si comprò da Sam la giovane promessa).
Aveva la voce, una bella voce calda e sensuale, che nei brani lenti diventava da orgasmo per le ragazzine di quegli anni; aveva il fisico, che muoveva in maniera sfacciata e provocatoria, con le anche sempre in movimento (movimento che fino a quel momento nessun maschio aveva mai osato proporre), ed aveva una faccia giusta: belle e un po’ tosta, labbra carnose e un po’ femminili, qualcosa di indiano della conformazione del viso (un po’ di sangue Cherokee nelle vene)…
Nonostante i tanti pretendenti, il titolo di re del rock and roll fu subito suo: non ci fu storia. I neri (Little Richard e Chuck Berry) erano tagliati fuori in partenza, per loro le pari opportunità sarebbero arrivate solo ai tempi di Michael Jackson; gli altri avevano degli handicap: Bill Haley la faccia da fesso col ricciolino stile comica finale, Jerry Lee un ghigno troppo satanico ed abitudini sessuali troppo acerbe, Gene Vincent anche lui troppo inquietante. Altri morirono troppo in fretta (Buddy Holly, Eddie Cochran e Ritchie Valens) . L’unico che poteva contrastarlo, che aveva una voce bella come la sua ed un aspetto piacente era Pat Boone, il cantante perbenista, tutto casa e figli, perfetto per cantare le canzoni di Bing Crosby, ma riciclato in versione rock a cantare Tutti i frutti in stile orsoline. Non poteva certo durare…
Istallatosi saldamente sul trono, grazie anche a vendite da capogiro (provateci un po’ a stare nella top ten contemporaneamente con 3 o 4 singoli!) la macchina-che-fa-soldi cominciò ad ingranare alla grande, grazie anche al suo manager il famigerato colonnello Parker. Il cinema fu la nuova frontiera di conquista, l’ovvia estensione per consacrare a livello planetario il divo. Dopo il servizio militare, agli inizi degli anni 60, ci fu una situazione di stallo: calo nelle vendite e crisi nel rock and roll. Molti cantanti bianchi passarono al country (Conway Twitty, Rick Nelson, Jerry Lee Lewis), le star nere persero il loro appeal, il pubblico voleva più pop!
Ed Elvis, con la massa enorme delle sue potenzialità, si adeguò: tanto cinema (con musichette sempre più banali) ed un repertorio a largo raggio. Dal gospel allo swing, dal country al musical, non si fece mancare nulla. I suoi show erano sempre più un accumularsi di strati di musica di diversa origine e qualità: una torta glassata da cui spuntava lui trionfante. Il pubblico adorante assisteva a show che erano sempre più cerimonie religiose in onore del divo Elvis. Così, lentamente, ormai prigioniero del suo stesso successo, lontano ormai dalla realtà, si perse la grande opportunità di traghettare il suo popolo verso la nuova musica. Furono i Beach Boys ed i Beatles a farlo, iniettando molto pop nelle sue canzoni iniziali e proponendo un prodotto picevole e dinamico. Questi primi cambiamenti non avrebbe poi tanto scosso il re, tutto sommato erano ancora tutte cose che non uscivano dal suo recinto, le cose andarono peggio con l’iniezione acida e maligna che fecero alla musica i Rolling Stones, e soprattutto con la rivoluzione globale portata da Bob Dylan. A questo punto Elvis è nettamente spiazzato e non serve a nulla cantare Dylan (bene) che lui fece, ormai questa ondata l’aveva buttato tra i “vecchi”.
Eppure, con un colpo di genio, proprio alla fine degli anni 60, Elvis portò al successo l’unica canzone “politca” (o per lo meno sociale) del suo repertorio: In the Ghetto. Ed è curioso che scelse una canzone che parla di emarginazione nera, con un evidente carattere gospell nell’arrangiamento ed una eleganza formale non comune. Sembrava voler dire a tutti: “Volete la canzone impegnata? La so fare anch’io!”. Ma la macchina del business girava da un’altra parte, i suoi demoni personali non lo mollavano più, la sua bulimia lo stava facendo diventare grasso, non c’era più spazio per nient’altro che la riproposizione, sempre più in stile Las Vegas, del vecchio mito. Nella sua lunga serie di incisioni ha inciso di tutto, di solito molto bene, ma le scelte erano ormai solo nell’ottica dello show, senza nessuna intenzione di riproporsi. Il ribelle era ormai abbondantemente domato, era stato accuratamente spremuto, e lo si teneva in piedi perché era comunque ancora una bella macchina da soldi. La sorte però decise che la gente attorno a lui si era arricchita abbastanza e che lui aveva bisogno di cambiare aria: sparì il 16 agosto di 30 anni fa, a 42 anni, lasciando alle sue spalle una discografia sconfinata e di alto livello (nonostante cadute di gusto qua e là) e dando il via ad un culto, ancora oggi praticato.
Le cose migliori che ci ha lasciato, oltre ai rock iniziali, sono forse le sue scorribande country, ed i gospell che ogni tanto tirava fuori, a dimostrazione che le incisioni amatoriali fatte assieme a Johnny Cash, Jerry Lee Lewis e Carl Perkins, negli studi della Sun Records, contenevano già l’essenza artistica del nostro eroe ed indicavano chiaramente che le radici americane stavano ben salde dov’erano. Forse per questo le successive rivoluzioni rock nacquero altrove, dove non c’erano queste radici così profonde da sradicare.